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venerdì 24 giugno 2011

Intervista: Panorama.it

Intervista di Riccardo Fano per il sito di Panorama.it
http://blog.panorama.it/culturaesocieta/2011/05/04/street-art-le-forme-astratte-di-108-tra-writing-e-burroughs

Guido 108 Bisagni, ha scelto una strada particolare per comunicare la sua arte.

Dal 1999, quando era un writer come la gran parte dei suoi colleghi, la sua creatività ha subito una evoluzione / rivoluzione che lo ha portato a lasciare macchie colorate sui muri di mezzo mondo.

La sua è una mentalità complessa, fatta di forme frastagliate colme di significati non esplicitamente comunicati; il suo fare va ben oltre la comunicazione visiva e spazia fino alla musica passando per la fotografia.

Lo abbiamo incontrato e fatto una lunga chiacchierata.

Il tuo percorso inizia dal writing - in un modo analogo ad altri artisti - ma a un certo punto intraprendi una strada che ti porta in una direzione molto più personale e misteriosa. Quando hai avvertito il “click” del cambiamento? Durante gli anni ‘90 facevo solo lettere, la cosa che preferivo erano gli argenti. Verso il ‘97-’98 sono impazzito per ciò che stava succedendo in Europa, specialmente in Scandinavia: lettere semplici e stortissime, qualcosa di mai visto prima e che non si è più riproposto. Nel ‘99 la mia fissazione erano ancora le lettere, però nel frattempo mi ero trasferito a Milano, studiavo design e avevo iniziato ad appassionarmi più seriamente a quelli che poi sono rimasti i miei pilastri: le avanguardie dei primi del ‘900. Una buona mano l’hanno data le contaminazioni culturali incontrate durante l’adolescenza e che, stupidamente, interpretai come inconciliabili con il writing: il movimento underground, Burroughs, la scena industriale… Se dovessi comunque isolare un solo elemento ciò che mi ha influenzato maggiormente è stata un’immagine delle nuove forme di STAK - famoso writer - sulla metro di Roma: aveva stravolto il mondo dei Graffiti! Ed è incredibile quanto sia stato sottovalutato ciò che ha fatto a metà degli anni ‘90! Poi delle foto di lavori nella natura di Richard Long. All’epoca avevo la possibilità di viaggiare tantissimo in treno, e mi piaceva qualche volta raggiungere la stazione e prendere il primo treno in partenza per esplorare città e cittadine in cui non ero mai stato, seguendo l’esempio di Long: marcare il passaggio. Così ho pensato che potevo fare qualcosa di simile nel modo più semplice, economico e veloce possibile: realizzare forme astratte su plastica adesiva gialla, realizzate a mano singolarmente e tutte diverse. Potevo andare in una città in pieno giorno, affiggere le mie opere in modo da risultare visibili solo da chi fosse in grado di apprezzarle; non era importante la dimensione, bensì il rito che celava ogni intervento. Questo chiaramente poteva creare qualche limite: ricordo che inviai delle foto a una rivista e la redazione mi rispose poco dopo dicendovi che avevo sbagliato foto poichè si vedevano solo i lavori di Stak, di Space Invaders o Andrè, ma non i miei! Non consideravo nemmeno opere realizzate a stencil o poster; non sapevo nemmeno che tutto questo si chiamasse Street art. Tra il ‘99 e il 2002 circa credo di avere ideato, ritagliato e attaccato tra Italia, Berlino, Londra, Ginevra, Islanda, Nuova Zelanda, New York e San Francisco qualcosa come 3000 forme. Per farla breve, fisserei il vero cambiamento al 1999.

Perché la scelta di barattare il tuo nome con tre semplici numeri? Volevo dare un taglio netto con quello che avevo fatto prima; distaccarmi con questo progetto dal writing e creare qualcosa di nuovo. Ho pensato che nessuno usava un numero come nome. Alcuni avevano associato il loro nome ad un simbolo, tipo la mano, ma comunque si trattava dell’artista “LA MANO“. Io non avevo mai fatto figurativo, non volevo essere pop. Ho deciso di diventare astratto in tutti i sensi, solo la forma e l’idea contano. Anche nel nome, è stato una specie di rituale magico, successivamente ho deciso di buttare la mia vecchia tag con cui avevo dipinto per anni e sacrificarla per il nuovo. Così mi sono spersonalizzato usando un numero. All’inizio, tra l’altro, 108 comprendeva anche la mia ragazza. Molte delle vecchie forme gialle erano sue. Riguardo alla scelta del numero, trattandosi come dicevo di un momento di passaggio rituale, avevo scelto il numero più sacro e misterioso di tutti: il 108. Era sempre il ‘99.

Quanto è importante confrontarti con l’aspetto urbano? Ad essere sinceri non molto. Preferisco gli ambienti naturali: credo che le città, l’urbanizzazione siano una malattia degenerativa della terra. Ad ogni modo, ho sempre vissuto in città, esattamente in una piccola grigia città del Piemonte chiamata Alessandria e poi a Milano, quindi il mio ambiente naturale è comunque sempre stato quello urbano. Specialmente un ambiente urbano post industriale, grigio e decadente, nel quale sopravvivono memorie del passato: questo mi ha influenzato molto. Non sono nato negli USA dove hai la possibilità di abitare in una casa considerata vecchia, ma che non ha più di cinquant’anni. In Italia ti capita in ogni momento di passare davanti ad un portale vissuto del 1200 o magari ad una fabbrica abbandonata che comunque è stata costruita nell’800; riesci ad avvertire la stratificazione urbana, i fantasmi di chi ha vissuto e lavorato negli stessi posti 500 anni prima. Tutto questo mi affascina. Definizioni “street culture” per me non hanno alcun valore: sono parole vuote e importate che non mi dicono niente.

I tuoi lavori sono sperimentazione pura: forme liquide intrise di nero, con pochi spazi lasciati al colore. Sicuramente un modo personalissimo di interpretare una forma d’arte legata molto alla comunicazione. Cosa vorresti suscitasse una tua opera in un passante casuale? Ho cercato da subito di trovare una mia strada in campo artistico e la sperimentazione è sempre stata la caratteristica principale di tutti i miei lavori. Senza quanto detto prima e l’interazione con le persone che incontrano le opere questo tipo di arte non avrebe alcun valore. Non mi interessa comunicare uno slogan, un messaggio politico definito; non faccio politica in quel senso che per me è banale. Non voglio nemmeno intrattenere la gente. Come ti dicevo le mie radici da adolescente sono legate a gente come William Burroughs, le controculture sperimentali, il cyberpunk, altri livelli di realtà, la sperimentazione con il subconscio. A 14 anni vidi in uno squat nella mia città un film che mi ha cambiato la vita: Decoder di Klaus Maeck nel quale F.M. Einheit degli Einsturzende Neubauten cercava di produrre questo “suono” e tramite delle cassette metterlo illegalmente in una catena di fast food per creare il caos nella mente dei clienti. Quello è stato il mio intento fin dall’inizio: creare il caos nella mente di chi guarda, dove per caos intendo qualcosa che veramente stravolga il pensiero. Voglio che chi vede le mie opere esca per un momento dai binari della sua vita ordinaria, come è capita a volte anche a me: vedere una piccola scritta, un segno grafico di cui non capisco subito il senso, un simbolo e domandarmi chi l’ha fatto e perchè. Come imbattersi in un monolite preistorico in un bosco: creare una porta, una via di fuga anche solo momentanea per chi ha la capacità di guardare.

Qual è stato il tuo primo approccio con l’arte? Penso sia successo quando ero piccolissimo, quando ancora non ero del tutto cosciente; le immagini e la musica mi hanno sempre colpito, proprio per quel loro potere di portarmi altrove. Poi sinceramente non ho mai tradotto col termine arte solo ciò che troviamo nelle gallerie. Mio nonno era un vero e proprio artista moderno; ha lavorato in una fabbrica di metalli tutta la vita e quando l’ho conosciuto era in pensione. Aveva però un intero mondo dentro la testa, oltre a una capacità manuale incredibile che gli permetteva di esprimersi costruendo oggetti: plastici per trenini, castelli di legno, giostre… Mi faceva usare tutti gli strumenti e quindi, anche se a lui dell’arte interessava molto, credo di essere stato una delle persone più fortunate del mondo ad avere un maestro così.

Cosa ti attrae maggiormente del nero? L’impatto. Secondariamente il simbolismo del nero. La maggior parte delle persone vedono nel nero un qualche cosa di negativo. Forse perché queste stesse persone vedono nei colori vivaci qualcosa di più allegro. Ma cosa vuol dire allegro? Io nel nero vedo il colore dell’introspezione; mi piace riflettere, stare con gli altri ma anche con me stesso. Sono fatto così: preferisco l’inverno all’estate, i gatti ai cani e tutti i colori senza nessuna distinzione. Bisognerebbe usarli con molta più attenzione.

Come ti sei avvicinato al circuito delle gallerie? Mi hanno cercato loro. Nel periodo in cui è esplosa la moda della street art, molti galleristi sono comparsi all’improvviso e mi hanno contattao attraverso mail e messaggi dato che nessuno sapeva chi fossi davvero. La cosa ovviamente mi ha fatto molto piacere anche se in realtà credo mi considerassero una seconda scelta, quando il nome più famoso li rimbalzava, oppure ai primi tempi perché mi avevano visto su qualche rivista, libro o sito estero. Ad ogni modo l’importante è che siano comunque arrivati a me. Ho avuto belle esperienze con musei all’estero e organizzazioni artistiche e grazie a questi contatti ho potuto visitare luoghi che non avevo mai visto e conoscere gente incredibile. In Italia ho incontrato persone grandiose, ma il più delle volte le gallerie mi hanno soltanto sfruttato e preso in giro: praticamente con le gallerie non ho guadagnato mai niente, ho perso moltissimi lavori, a volte anche la faccia - senza motivo - e mi sono fatto il sangue in moltissime occasioni. Vorrei soltanto instaurare rapporti con una galleria seria.

Parlaci del tuo “lato sonoro”…Ho due progetti con cui faccio musica sperimentale: uno si chiama Larva 108 ed è semplicemente il lato sonoro del mio lato visivo a cui ho dovuto dare un nome per semplificare le cose. Anche quello è nato nel ‘99 come Larva e si è sviluppato insieme al resto. Non c’è una vera separazione tra lato visuale e sonoro. Il secondo progetto si chiama Corpoparassita e al momento siamo in tre. Facciamo musica rumorosa, a volte più ambient altre volte più industrial. Abbiamo realizzato in giro per il mondo decine di produzioni limitate con etichette indipendenti e direi che questo è tutto.

Se non fossi 108, saresti? Penso che potrei essere stato un gatto, una lumaca, un albero - magari un faggio - e molte altre cose. In una vita passata ovviamente.

Come ti vedi da qui a 10 anni? Sinceramente ho compiuto 33 anni pochi giorni fa e mi sento molto vecchio. Non mi voglio vedere a 43 anni. Quando ero piccolo e pensavo come sarei stato a 30 anni, mi vedevo vestito bene con una famiglia, cose così; anche se avessi voluto fare cose diverse mi vedevo comunque in questo modo. Direi che mi sbagliavo totalmente. Ma non ho mai fatto progetti per periodi più lontani di qualche mese e ho pensieri molto brutti per quanto riguarda quello che succederà nel mondo nei prossimi 10 anni e quindi non ci voglio pensare. Mi dispiace.

Qual è la tua “next big thing”? Non c’è! Al momento vorrei cercare di prendermi una pausa e fare solo cose per me stesso.

Grazie. Grazie mille a te!