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venerdì 24 giugno 2011

Intervista: Next Exit magazine

Intervista per Next Exit magazine di Simone Pallotta.

Perché usi un alias? Pensi che questo abbia lo stesso valore di una tag per un writer?

Allora, quando ho scelto questo numero come alias, l’ho fatto per una serie di ragioni, la prima delle quali era il fatto che io all’epoca ero ancora un writer, anche se stavo sperimentando con stili un pò estremi, lavoravo con lettere che si sono trasformate in numeri e lavoravo esclusivamente su muri e altre superfici pubbliche, che io decidevo, quindi di non potevo usare il mio vero nome.

Quindi: quanto sei legato alla scena del writing, ora e/o in passato?

Certo. Adesso posso dire che il writing sia solo una delle mie influenze. In passato il writing è stata la mia attività “artistica” principale. Per writing intendo proprio scrivere il mio nome in giro, studiare la forma della lettera, usare prevalentemente argento e nero o pennarelli pilot. Non sono mai stato interessato più di tanto ai pupazzetti e quel genere di cose li.

Quanto il writing incide creativamente suo tuo lavoro? è fonte di ispirazione o è distante dal tuo modo di lavorare in strada?

Il writing, come dicevo, è sicuramente un’influenza basilare. Per esempio ora lavoro sulla forma fine a se stessa, questa idea di sviluppare delle forme e comunicare qualcosa con uno stile non figurativo è nato con il mio interesse per le lettere ed il tratto. Alla fine quello che comunica un pezzo è lo stile con cui vengono tracciate le lettere non la scritta. La scritta è la firma, non deve comunicare niente.

Ti chiediamo di dirci due nomi di artisti urbani che, nella tua area geografica di provenienza (nel tuo caso , vista la precedente intervista a Dem che è della tua zona, puoi dirci due nomi di artisti italiani) che ritieni importante segnalarci . Questa richiesta nasce dalla nostra volontà di conoscere l’arte urbana e pubblica attraverso i suggerimenti degli stessi artisti.

E’ molto difficile per me rispondere a questa domanda, ci sono vari artisti che adoro in questo momento, che rimangono nell’underground ma che secondo me hanno molto da dire. Comunque per forza di cose vorrei nominare Dem (non so se vale visto che lui mi ha già nominato), Aris e se Dem non vale ti dico anche CT.

Puoi dirci cosa ti colpisce di questi due artisti?

Per quanto riguarda Dem, è uno dei pochi artisti figurativi che riesce a comunicare quello che ha dentro, mistero e a creare un mondo sottile e una sua mitologia. Abbiamo idee di base molto simili, ma le elaboriamo in modi completamente differenti, per questo mi piace lavorare con lui, vengono sempre fuori cose che non mi aspetto. Aris, sta a metà tra l'astrazione totale e il figurativo. E' forse l'artista legato al mondo dei graffiti più poetico che abbia mai visto. Poi la dedizione con cui cerca i posti adatti ai suoi disegni... il risultato finale di solito mi lascia senza parole. Mi basterebbe questo, anche solo a istinto, i suoi lavori mi colpiscono sempre profondamente. CT ha una visione dell'arte e dei graffiti molto simile alla mia, anzi lui è andato oltre... quando vedo lui mi vengono in mente artisti di altre epoche! E' uno dei pochi che ha preso una sua strada e anche lui vede l'arte pubblica in modo molto più ampio e profondo, direi in modo quasi spirituale.


L’arte urbana, i graffiti e tante cose prodotte in strada vengono assorbite dai trend, dalla grafica e soprattutto in questi ultimi anni dall’establishment galleristico pubblico e privato. Pensi che il valore del lavoro rimanga invariato o che nello specifico di uno street artist perda molto spesso di potenza nel momento in cui diventa (forse anche giustamente) fonte di guadagno legata a precise dinamiche commerciali?

Penso che prima di tutto un lavoro perda più del 50% del suo significato e della sua forza quando da una parete passa in una galleria, diventi invece assolutamente ridicolo e privo di senso quando diventa un disegno di un pupazzetto su una maglietta o su un paio di scarpe. Molti artisti non tengono conto del salto strada-galleria. Gran parte del valore di un pezzo d'arte pubblica è dato dal luogo, con una foto fatta con intelligenza si può conservare molto del suo valore originario. Su una tela si perde tutto e bisognerebbe quindi pensare a sviluppare le proprie idee in un altro modo. E' un discorso lunghissimo. Bisognerebbe scrivere e ragionare molto di più sull'argomento.

Ritieni che il valore economico, determinato dalle logiche del mercato dell’arte, si scontri con un valore culturale, determinato invece dal proporre arte in modo diffuso?

Sicuramente. Quando entri nelle logiche di mercato, devi per forza di cose tenere conto che le tue opere sono un prodotto. Il problema è che specialmente in italia è difficile fare arte e non preoccuparsi i cose così. Anche in strada però può succedere la stessa cosa, se dipingi solo per farti notare dalle masse, non per te stesso, a me interessa la ricerca in ogni caso e questo mi crea molti problemi.

Pensi che per mezzo del tuo lavoro lo spettatore non sia più un’esemplare selezionato che arriva in galleria, sapendo già cosa trova, bensì colui che ne può fruire quotidianamente?

E' complicato. Io ho sempre pensato che mettendo i miei lavori in spazi pubblici potessero arrivare a tutti, questo però non significa che voglio che le mie cose piaciano a tutti. Anzi... magari uno su 1000. In galleria è più facile che il mio lavoro possa essere visto da persone interessate "artisticamente" ma questo tipo di persone di solito sono già formate, hanno come dei paraocchi e come avevo già detto si perdono la parte più importante del lavoro.

Ritieni che questa dinamica sia importante per te?

Si, moltissimo.

Perché hai deciso di incentrare il tuo lavoro fuori dalle gallerie?

Allora, non è stata una proprio una scelta. Io mi sono trovato a lavorare fuori dalle gallerie perchè non vengo dall'accademia, anzi ho iniziato quando ero molto giovane. E' stata una cosa molto istintiva, non sapevo nemmeno come funzionavano le gallerie, fino a quando loro non hanno cercato me.

Che rapporto hai con queste?

Sinceramente ho avuto buoni rapporti veramente con poche gallerie. Di base penso che i galleristi siano come dei protettori, e quando tu decidi di metterti a lavorare con loro, tu ti stia prostituendo. Non parlo solo dei graffitisti. In più in Italia ho avuto a che fare con molti galleristi disonesti e che nemmeno provavano a capire il mio lavoro.

Cosa ne pensi di chi lavora in esterno utilizzando la galleria solo come supporto (magari per esporre fotografie, come immagino faccia tu)?

Penso sia una cosa buona e che presenti il tuo lavoro in modo più realistico di quanto non faccia ad esempio una tela. Il fatto è che quando mi metto a lavorare con una galleria è solo perchè devo mangiare e pagare le bollette, e le foto non le vendi. In più se parliamo anche di musei e spazi pubblici fuori dal puro mercato dell'arte, sono molto interessato a evolvere i miei lavori in altre direzioni che non hanno più a che fare con la strada, ma con la ricerca artistica.

Trovi che questo permetta di mantenere una certa autonomia nel momento in cui il tuo lavoro si sposta in ambito pubblico?

Forse si, ma come ho detto, dal mio punto di vista non lo vedo realizzabile.

Un assiduo lavoro che coinvolge cittadini e istituzioni in progetti di arte pubblica può, a tuo parere, ridimensionare l’importanza delle gallerie a favore di un approccio alla cultura figurativa più quotidiano e meno targettizzato?

Teoricamente, credo che sarebbe la condizione ideale. L'artista potrebbe lavorare pensando soltanto alla sua ricerca personale. Però a parte i compromessi più ovvi, sappiamo bene che in ambito pubblico molte volte ci si deve scontrare con persone di un'ignoranza abissale e che nonostante siano totalmente incompententi dal punto di vista artistico vogliono giudicare e decidere. Per non parlare di censure e cose del genere. Ci si ritrova molte volte in una situazione ben peggiore di quella del circuito galleristico.

L’arte urbana se ben fatta può dirsi arte pubblica? (non facendo riferimento in questo caso ai graffiti)
Direi proprio di si. Io considero arte pubblica qualsiasi cosa che sia fruibile da tutti in luoghi pubblici, quindi credo di si.

Come vedi la scena del tuo paese?
In Italia ci sono moltissimi artisti eccezionali e moltissimi artisti inaccettabili. In generale però si da molto poca importanza alla ricerca e all'innovazione. Direi che si rispecchia un pò quello che è il nostro paese in generale: c'è un'ignoranza gigantesca sia da parte degli artisti, sia da parte di chi guarda. Tutto funziona tramite amicizie meccanismi del genere, si guarda all'ultimo trend americano e nessuno guarda quello che ha sotto il naso.

Qual è la città o la nazione che secondo te sta dando il maggior contributo in termini di innovazione dell’arte urbana (qualitativamente e come volume di attività)
Io ho sempre visto le cose migliori uscire da varie zone dell'Est europeo. Non so dirti una nazione in particolare... Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Ukraina... in paesi come questi vivono i miei artisti preferiti.

Che materiali usi?

Principalmente uso un rullino e idropittura nera. Poi mi adatto alla superficie e ai materiali che trovo, ho dipinto con gessi, mattoni, bombolette, ho fatto composizioni con pietre e bastoni...

C'è una base concettuale nel tuo lavoro o è uno studio sull'immagine pura, quindi senza contenuto?
Per anni le mie forme sono state elaborate partendo prima dalle lettere, dai numeri, dai simboli arcaici, dalle forme naturali, dalla mitologia, cercando negli anni però di eliminare sempre più ogni tipo di riferimento figuartivo.

Se è concettuale, che presupposti ci sono nel tuo lavoro, cioè, che tipo di suggestioni ti spingono a realizzare le tue opere?

come dicevo negli ultimi 2-3 anni ho cercato di liberarmi da ogni tipo di riferimento figurativo, passando direttamente dal subconscio alla forma finale. La mia idea è quella di creare qualcosa di nuovo, comunicare senza il bisogno di usare un linguaggio, usando solamente la forma (ma poi anche il suono o il tatto per esempio...). Comunque non riesco a liberarmi del tutto dalla potenza dei numeri, loro in qualche modo hanno sempre a che fare con il mio lavoro.

Che punti di riferimento visivo hai (maestri, artisti che ti ispirano o qualsiasi suggestione ti venga in mente)?
Per quanto riguarda il "mondo dei graffiti" cioè il mondo da cui vengo sono stati artisti quali Stak a farmi vedere le cose diversamente e farmi cambiare bruscamente direzione alla fine degli anni '90. Per il resto le mie influenze artistiche sono legate soprattutto alle avanguardie, tantissimi gli artisti, troppi, per varie ragioni ti nomino Malevich e Richard Long. Però gran parte delle persone che mi hanno segnato non erano nemmeno propriamente o soltanto artisti visuali, ti nominerò ad esempio W.S. Burroghs e Antonin Artaud, David Lynch, Fellini e molti altri. Ma anche molti gatti, caprioli, i boschi, le montagne al tramonto, il cielo quando sta per arrivare la tempesta, la neve, tantissime cose.


Grazie

Simone